Nessuno può costringermi a fumare. Quindi se oggi o domani
mi troverò nuovamente con una sigaretta in bocca, sarà solo perché l’ho voluto
io.
Questo è un ragionamento semplice, cristallino, quasi
lapalissiano.
Ma in pratica cosa vuol dire? Come accade che si smette di
smettere e si ricomincia?
Secondo me nella grande maggioranza dei casi non si decide
di tornare fumatori: nessuno che abbia provato a rompere le catene della
dipendenza si sveglia una mattina e decide di tornare come prima. Al contrario
nel momento in cui dopo un periodo più o meno lungo di astinenza decidiamo di
accenderci una sigaretta, lo facciamo sempre perché preda di una illusione: che
sarà una sola, che non ne verranno altre (se non dopo molto tempo), che non
cadremo nuovamente nel vizio, che stiamo solo facendo uno strappo alla regola.
In ultima istanza: che possiamo avere il controllo
Questa è l’insidia più grande, quella che può farci cadere
in un attimo – e che ha mandato in malora praticamente tutti i miei tentativi
precedenti.
Non c’è alcun automatismo, non è una magia, non è quella sigaretta che ti fa tornare immediatamente fumatore. Possono volerci anche settimane, mesi, ma se si comincia a giocare con l’illusione del controllo, tornare a fumare è quasi inevitabile. Ci tengo a sottolineare il “quasi” perché in effetti io conosco un paio di persone che dopo avere smesso di fumare si “concedono” una sigaretta ogni tanto. Io non so però come facciano, né quanto sforzo costi loro. So però che io non ci riesco. (E devo ammettere che in parte invidio chi fa così).
Non c’è alcun automatismo, non è una magia, non è quella sigaretta che ti fa tornare immediatamente fumatore. Possono volerci anche settimane, mesi, ma se si comincia a giocare con l’illusione del controllo, tornare a fumare è quasi inevitabile. Ci tengo a sottolineare il “quasi” perché in effetti io conosco un paio di persone che dopo avere smesso di fumare si “concedono” una sigaretta ogni tanto. Io non so però come facciano, né quanto sforzo costi loro. So però che io non ci riesco. (E devo ammettere che in parte invidio chi fa così).
Tutta questa lunga premessa per raccontare che ieri nel
pomeriggio stava per succedere di nuovo.
Credo di non avere pensato al fumo per tutta la mattina, poi ho pranzato e sono andata a una riunione di lavoro. La riunione mi ha fatto innervosire (nulla di strano in questo). Ma non ho affatto focalizzato la mia attenzione sul desiderio di fumare, non subito almeno.
Credo di non avere pensato al fumo per tutta la mattina, poi ho pranzato e sono andata a una riunione di lavoro. La riunione mi ha fatto innervosire (nulla di strano in questo). Ma non ho affatto focalizzato la mia attenzione sul desiderio di fumare, non subito almeno.
Finita la riunione è partito per primo il pensiero automatico: ok, riunione terminata, ora caffè e sigaretta. Ho dovuto
ricordare a me stessa che non fumo più, ma non è stato sufficiente. Poco dopo ho
accompagnato una collega a fumare e ho cominciato a pensare, a razionalizzare:
che forse potevo fumarne una, no? magari mezza? potevo chiedere un tiro? uno
solo per vedere l’effetto che fa. Cavolo è solo una sigaretta: che male c'è?
Sono rimasta ad ascoltare questi pensieri e mi sono sentita
completamente priva di strategie. Non c’è stato nessun vero dialogo interiore,
non mi sono data alcuna risposta. Solo ho osservato questi pensieri, li ho
lasciati andare. Non mi pare di averli contrastati; solo non ho fatto seguire
al pensiero alcuna azione. Quindi non ho fumato, né ho dato un tiro. Ma non sono soddisfatta perché ho come la sensazione di non avere fatto una vera scelta, e che magari domani nella stessa situazione, potrei anche fumare.
Per fare un paragone: è stato come passare davanti a una
gelateria e pensare di comprare un gelato. Potevo decidere sì oppure no, non si
tratta di una scelta importante, probabilmente non impiego nemmeno tutta la mia
attenzione per decidere sì o no, ma mentre decido penso ad altre dieci cose
diverse. Poi il gelato lo posso prendere, oppure posso tirare dritto. È uguale.
Ma se si tratta di un gelato, davvero la scelta è
indifferente. Se si tratta di una sigaretta dopo 50 giorni, allora col cavolo
che è indifferente.
Insomma questo episodio non mi è piaciuto tanto: ok, non ho
fumato, forse non sono arrivata nemmeno vicino ad aprire la bocca e chiederla
alla mia collega. Però non mi è piaciuto il modo con cui ho serenamente
contemplato la possibilità di farlo.
Delle due l’una: o sono così brava che davvero fumare una
sigaretta è come mangiare una caramella (ma non credo), oppure devo stare
attenta perché la prossima volta davanti a quei pensieri potrei anche decidere
di sì, che il gelato… ops la sigaretta, me la posso anche fumare.
Ed è una china che non posso permettermi di prendere.
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