mercoledì 23 maggio 2012

La linea di confine


Nessuno può costringermi a fumare. Quindi se oggi o domani mi troverò nuovamente con una sigaretta in bocca, sarà solo perché l’ho voluto io.
Questo è un ragionamento semplice, cristallino, quasi lapalissiano.
Ma in pratica cosa vuol dire? Come accade che si smette di smettere e si ricomincia?

Secondo me nella grande maggioranza dei casi non si decide di tornare fumatori: nessuno che abbia provato a rompere le catene della dipendenza si sveglia una mattina e decide di tornare come prima. Al contrario nel momento in cui dopo un periodo più o meno lungo di astinenza decidiamo di accenderci una sigaretta, lo facciamo sempre perché preda di una illusione: che sarà una sola, che non ne verranno altre (se non dopo molto tempo), che non cadremo nuovamente nel vizio, che stiamo solo facendo uno strappo alla regola. In ultima istanza: che possiamo avere il controllo

Questa è l’insidia più grande, quella che può farci cadere in un attimo – e che ha mandato in malora praticamente tutti i miei tentativi precedenti.
Non c’è alcun automatismo, non è una magia, non è quella sigaretta che ti fa tornare immediatamente fumatore. Possono volerci anche settimane, mesi, ma se si comincia a giocare con l’illusione del controllo, tornare a fumare è quasi inevitabile. Ci tengo a sottolineare il “quasi” perché in effetti io conosco un paio di persone che dopo avere smesso di fumare si “concedono” una sigaretta ogni tanto. Io non so però come facciano, né quanto sforzo costi loro. So però che io non ci riesco. (E devo ammettere che in parte invidio chi fa così).

Tutta questa lunga premessa per raccontare che ieri nel pomeriggio stava per succedere di nuovo.
Credo di non avere pensato al fumo per tutta la mattina, poi ho pranzato e sono andata a una riunione di lavoro. La riunione mi ha fatto innervosire (nulla di strano in questo). Ma non ho affatto focalizzato la mia attenzione sul desiderio di fumare, non subito almeno.
Finita la riunione è partito per primo il pensiero automatico: ok, riunione terminata, ora caffè e sigaretta. Ho dovuto ricordare a me stessa che non fumo più, ma non è stato sufficiente. Poco dopo ho accompagnato una collega a fumare e ho cominciato a pensare, a razionalizzare: che forse potevo fumarne una, no? magari mezza? potevo chiedere un tiro? uno solo per vedere l’effetto che fa. Cavolo è solo una sigaretta: che male c'è?
Sono rimasta ad ascoltare questi pensieri e mi sono sentita completamente priva di strategie. Non c’è stato nessun vero dialogo interiore, non mi sono data alcuna risposta. Solo ho osservato questi pensieri, li ho lasciati andare. Non mi pare di averli contrastati; solo non ho fatto seguire al pensiero alcuna azione. Quindi non ho fumato, né ho dato un tiro. Ma non sono soddisfatta perché ho come la sensazione di non avere fatto una vera scelta, e che magari domani nella stessa situazione, potrei anche fumare.

Per fare un paragone: è stato come passare davanti a una gelateria e pensare di comprare un gelato. Potevo decidere sì oppure no, non si tratta di una scelta importante, probabilmente non impiego nemmeno tutta la mia attenzione per decidere sì o no, ma mentre decido penso ad altre dieci cose diverse. Poi il gelato lo posso prendere, oppure posso tirare dritto. È uguale.
Ma se si tratta di un gelato, davvero la scelta è indifferente. Se si tratta di una sigaretta dopo 50 giorni, allora col cavolo che è indifferente.

Insomma questo episodio non mi è piaciuto tanto: ok, non ho fumato, forse non sono arrivata nemmeno vicino ad aprire la bocca e chiederla alla mia collega. Però non mi è piaciuto il modo con cui ho serenamente contemplato la possibilità di farlo.
Delle due l’una: o sono così brava che davvero fumare una sigaretta è come mangiare una caramella (ma non credo), oppure devo stare attenta perché la prossima volta davanti a quei pensieri potrei anche decidere di sì, che il gelato… ops la sigaretta, me la posso anche fumare.
Ed è una china che non posso permettermi di prendere.

giovedì 17 maggio 2012

Sigarette e video games


Ci sono situazioni che innescano il desiderio di fumare. 
E ci sono attività che un fumatore crede di non potere/volere fare senza una sigaretta in bocca.
Sono due difficoltà simili, ma secondo me non è proprio la stessa cosa.

Per quanto mi riguarda, rientrano nel primo tipo: bere il caffè, concludere la cena, fare una pausa sul lavoro, guidare quando c’è traffico, l’aperitivo all’aperto.
Avendo io provato a smettere diverse volte negli ultimi anni, ho un po’ ridotto il numero di situazioni che fungono da innesco. Molte le ho affrontate nei miei precedenti tentativi, e anche se poi ho ripreso a fumare, qualcosa ho imparato.
Altre ancora le ho eliminate perché dopo la mia prima ricaduta non mi sono più concessa di fumare dentro casa e quindi ho spezzato gradualmente molte delle tipiche associazioni. Fumo e televisione, fumo e lettura, fumo e telefonata non sono per me un problema già da qualche annetto.
Questa tra l’altro è una cosa che mi sento di consigliare a chi ha difficoltà a smettere di fumare: eliminare progressivamente il numero di ambienti e situazioni in cui fumare. Per esempio decidere che non si fuma più in macchina, consentire il fumo in una sola stanza della casa – magari un po’ scomoda come il bagno, oppure vietare del tutto il fumo dentro casa. È una strategia che sul lungo periodo paga abbastanza e può essere un buon modo per prepararsi prima di fare il grande salto.

Più difficile però è quando mi rendo conto che una certa situazione, o una attività, per me piacevole, diventa nella mia mente priva di attrazione se non ci posso fumare sopra.
Questo è quello che mi è successo qualche sera fa.

Aspettavo da tempo l’uscita di Diablo III. A me piace giocare al computer, e alcuni game hanno significato molto per me. Ho passato una quantità di tempo incredibile davanti al monitor a muovere un pupazzino, e per moltissimi anni l’ho fatto fumando. Poi, come dicevo sopra, gradualmente mi sono disabituata: un po’ perché negli ultimi due anni ho giocato poco, un po’ perché quando giocavo comunque non fumavo più davanti al computer, ma mi prendevo una pausa e uscivo in balcone.
Malgrado questo lento distacco, l’altra sera ho fatto una scoperta sconvolgente: non mi interessa giocare se non ci posso fumare sopra. Giuro: una tristezza unica.
Mentre ero al lavoro mi dicevo: ecco tra poco finisco l’orario, vado a comprare Diablo, poi torno a casa, l’installo e via… finalmente si gioca! E invece di sentirmi contenta pregustando la novità e il piacere di immergermi in uno dei miei giochi preferiti… niente: provavo solo un intenso desiderio di fumare e l’idea di giocare senza poterlo fare mi sembrava la cosa più triste del mondo.

Lo ammetto: non ho soluzioni in merito. Riesco a gestire bene la voglia di sigaretta in relazione al caffè, alla cena, eccetera. È sufficiente masticare una gomma, lavare i denti, respirare a fondo, fare qualcosa e distrarsi. Alla fine passa. Ho invece difficoltà con uno dei miei passatempi preferiti: amo di meno giocare se non posso fumare. Ci sto provando eh? Mi sto facendo due orette di gioco a sera, e mi diverto anche. Però c’è sempre quel momento, quella pausa nel gioco quando porti il personaggio alla base per vendere il bottino o per consegnare una missione… ecco lì mi pare che nulla sia come prima se non posso alzarmi e andare a fumare. Manca qualcosa di importante.

Mi domando se questo significa che è terminato il mio amore per i video game. O se ritroverò la mia passione e il mio divertimento anche da non fumatrice.

E tu? Ci sono cose che ti piaceva fare da fumatore e che sembrano diventate meno piacevoli da non fumatore? Qualche strategia per continuare a fare quello che si faceva prima, continuando a provare lo stesso gusto, ma senza fumare? Si accettano suggerimenti!

venerdì 11 maggio 2012

Il momento della rivelazione

Allen Carr, nel famoso libro "È facile smettere di fumare se sai come farlo", parla di questo momento della rivelazione. Qualche tempo dopo avere smesso di fumare, il novello ex-fumatore dovrebbe sperimentare un momento di grande gioia e liberazione consapevole finalmente di potere passare il resto della propria vita senza più fumare.

Io ho letto questo libro anni fa e subito dopo ho provato a smettere. È stato il mio migliore tentativo: nove mesi. Sono stata davvero stupida a ricominciare, ma ora se ci penso mi rendo conto che non avevo compreso quale era la giusta prospettiva temporale in cui collocare la faccenda (e di questo vorrei parlare in un post a parte). Non ho avuto però alcuna rivelazione, e non ho mai provato particolare gioia al pensiero che avevo smesso di fumare. Ero soddisfatta, quello sì, ma non ricordo di avere mai associato una forte emozione di liberazione e di felicità all'avere smesso.

Poi il tempo è passato. Tornata fumatrice ho riletto altre volte il libro di Carr, però non ha funzionato come la prima volta. Intendo dire che la prima volta che l'ho letto, arrivata alla fine, ero davvero curiosa. Avevo voglia di smettere e di vere cosa succedeva. Con le riletture questo non succedeva più, mi pareva di stare leggendo una lezioncina già saputa e risaputa, senza più grandi significati.

Oggi il libro di Allen Carr sta dentro il mio comodino, e stavolta quando ho smesso non l'ho nemmeno tirato fuori, non fino a oggi per lo meno, quando sono andata a rileggermi la faccenda della rivelazione.

L'ho fatto perché un paio di giorni fa, mentre stavo facendo la fila dal medico, ho proprio provato quella sensazione lì. Stavo leggendo con l'iphone un sito americano dedicato a smettere di fumare. Un sito bello, pieno di articoli molto informativi - magari ci fosse qualcosa di simile in italiano. E insomma a un certo momento mi sono quasi commossa perché ho provato un profondo senso di gioia e di gratitudine al pensiero che non dovevo più fumare, che non avevo più bisogno di soffocarmi per vivere. Cavoli è davvero una cosa meravigliosa: posso vivere ugualmente anche senza infliggermi una piccola dose di veleno quelle 10-15 volte al giorno.

È il rovesciamento perfetto e totale della prospettiva. Tutti i fumatori vivono lo smettere come una privazione. Anche se razionalmente cerchi di convincerti che non è così, e ripeti a te stesso che il fumo era un "falso" piacere, nel profondo di te stesso non ci credi. E per forza cavolo! Hai fumato per decenni e ormai percepisci la sigaretta come un bisogno fondamentale al pari del cibo, dell'acqua e del sesso. Qualcuno potrebbe mai convincerti del fatto che bere un bicchiere di acqua fresca quando sei assetato non sia un piacere? No, appunto. E lo stesso accade con le sigarette. Che fumare sia un dovere indotto dalla dipendenza e non un piacere lo puoi capire sicuramente con la mente, ma questo non significa arrivare a sentirlo davvero nella pancia.

Eppure, anche se solo per qualche breve attimo, qualcosa dentro di me si è mosso nella direzione giusta. Questa idea di liberazione legata al fatto di non dovere fumare non è stata frutto di un ragionamento, ma è stata proprio una spinta interna, una emozione forte e assolutamente autentica.

Certo non penso che questo voglia dire che stavolta mi sono veramente liberata del problema. Non credo nei "click" che risolvono i problemi; ma in quelli che ti fanno fare un passo avanti sì, ci posso anche credere.
Mi sono sentita in quel momento sollevata, grata all'idea che potevo davvero passare il resto della mia vita senza più avvelenarmi. Sono pensieri ed emozioni di cui vorrei fare tesoro. La strada è ancora lunga, sono solo agli inizi, e queste cose buone vorrei poterle mettere nello zaino e tirarle fuori quando ce ne sarà bisogno.


lunedì 7 maggio 2012

Fermate il mondo: smetto di fumare

Questo secondo mese senza sigarette si sta rivelando più difficile del primo. È fastidioso perché ho la sensazione di andare all'indietro. In verità so che le cose non stanno esattamente così. Non va proprio peggio, è solo cambiata la prospettiva. All'inizio ho dovuto mettere molta energia e concentrazione per superare il disagio dell'astinenza. Mi sono proprio messa lì sull'obbiettivo: non fumare, non fumare, non fumare. E tutto giustamente ruotava attorno a questo.
Dopo cinque settimane comincio a desiderare un po' di normalità. I pensieri non sono più costantemente rivolti verso il fatto che non sto fumando, ma c'è la percezione, costante e fastidiosa, di un cambiamento. C'è qualcosa di diverso nella mia vita - ah già, non fumo più - e questo mi fa sentire bene, ma al contempo ha creato un vuoto, un disagio, che mi coglie a volte alla sprovvista e mi fa sentire scomoda nei miei panni.
A volte invece questa sensazione di vuoto si manifesta chiaramente per quello che è: mancanza di sigaretta. Oggi mentre cenavo devo aver dimenticato che non fumo più: verso la fine del pasto, mentre mangiavo la macedonia con le fragole ho pensato oh bello, adesso caffè e sigaretta. E che rabbia, che delusione quando sono tornata presente a me stessa.

Quando ho deciso di smettere di fumare ho dato a questo obiettivo priorità massima. Mi sono detta: Marina, non importa se lavorerai di meno, se dormirai di più, se non avrai voglia di pulire casa. L'unica cosa importante è che non fumi. E questo ha funzionato per il primo mese, ma comincia a non funzionare ora, perché la vita incalza. Il mucchio di panni da stirare si fa sempre più alto, nell'armadio non c'è più niente in ordine, le distrazioni sul lavoro cominciano a essere un po' troppe e resto indietro, ci sono incombenze che non posso rimandare oltre: la dichiarazione dei redditi, il pagamento della rata dell'assicurazione, prenotare quelle analisi, fare quella visita medica, telefonare a sky per cambiare l'abbonamento. Non posso fuggire dallo stress, dalla fretta, dalle cose che vanno fatte dicendo: fermate il mondo che sto smettendo di fumare! Eppure vorrei che fosse proprio così, vorrei potere puntare al 100% sul mio obiettivo e mandare al diavolo tutto il resto.

Insomma vacillo. No, non sta vacillando la mia decisione di smettere di fumare; a vacillare è quel buon umore, quella sensazione di calma e di conquista, di determinazione e gioia, che c'era durante le prime settimane. Ora mi sento confusa, un po' in ansia, come se non sapessi più quali sono le priorità; come se stessi facendo nuovamente il solito vecchio errore di volere tutto subito.

In tutta questa confusione ha trovato però la mia ancora. C'è una cosa, una sola che mi sto obbligando a fare perché è strettamente funzionale a smettere di fumare: correre. Non importa se c'è il letto da rifare, se domani non ho pronti i vestiti per l'ufficio, se alla fine non sono passata in farmacia a prenotare le analisi del sangue. Comunque tornata a casa dal lavoro ho messo la tuta e le scarpe, ho preso l'iphone con le cuffie, la playlist del momento e sono uscita. Oggi era pure brutto tempo, e ho preso un acquazzone. C'è qualcosa di primordiale e liberatorio nel correre sotto la pioggia. Sono tornata a casa fradicia ma soddisfatta.

Posso continuare così credo: non fumare e correre a giorni alterni. Il resto vada come vada, farò quello che riesco e se qualcosa va in malora... pazienza. Non fumare e correre. La vita va a giri ridotti per un po', le uniche cose che devono funzionare al momento sono queste: correre e non fumare.

mercoledì 2 maggio 2012

Degli inutili programmi

Sono entrata nel secondo mese da ex fumatrice.
Avevo intenzione di scrivere più spesso e di documentare meglio questo mio percorso. Ma come spesso accade un conto sono i progetti, un conto è come vanno le cose.
Sono stata un po' male - niente di serio, e niente che abbia a che vedere con il fumo o con l'aver smesso. Sono finita in ospedale per qualche giorno e poi ho fatto una piacevole convalescenza a casa.
Dal punto di vista della questione del fumo è stato un vantaggio: debole e malata a fumare non ho pensato proprio. È come avere saltato un paio di settimane di fatica, e così sono stata traghettata direttamente al secondo mese di astinenza, tra una flebo e un riposino.

Oggi sono tornata al lavoro e la fatica mi è ripiombata addosso.

Mi è sempre più chiaro però che smettere di fumare è soprattutto una questione di atteggiamento mentale. E purtroppo da questo punto di vista ho la sensazione di avere fatto qualche passetto indietro. La mia convinzione non è più così granitica come durante le prime settimane. Mi accorgo cioè che dentro di me continuo a dare una chance all'idea di fumare. Magari una sola (ah!), magari non oggi e nemmeno domani, ma in futuro, chissà. 
Sono solo pensieri vaghi. A volte mi proietto nel futuro e mi vedo ancora con la sigaretta tra le dita. Altre volte è l'immagine di un film, o un ricordo, o un desiderio.
Non voglio sottovalutare questi pensieri perché ho la sensazione che è così che si comincia a cedere. Come un piccolo graffio sul muro, che poi diventa una crepa, e poi una voragine.
Anche riprendere in questo diario va in questa direzione, mi aiuta a riflettere, a non sorvolare, a non correre un giorno dopo l'altro per poi ritrovarmi con la sigaretta in bocca senza sapere come ci sono arrivata.
Per ora solo questo.

venerdì 13 aprile 2012

Quando arriva la crisi

Oggi - venerdì 13, nonché tredicesimo giorno da quando ho smesso di fumare - è arrivata la prima crisi seria. Ecco come è andata e come l'ho scampata.

È stato in ufficio, nel primo pomeriggio. Avevo pranzato, preso il caffè con tanto di cioccolatino, lavato i denti prima di mettermi al lavoro, e zac arriva un modesto contrattempo. Nulla di serio, confesso, ma ci sono alcuni inghippi sul lavoro che hanno il potere di farmi uscire di senno. E questo era proprio uno di quelli. Mi è salito il nervoso e in testa si è accesa una enorme luce al neon lampeggiate: voglio fumare, voglio fumare, voglio fumare. Nulla in quel momento era più desiderabile di una sigaretta. Mi avrebbe aiutata a riprendere il controllo, mi avrebbe consolata, ripagata di ogni fatica. Me la meritavo proprio!
Ecco cosa mi ha aiutato a superare la crisi:
  • l'acqua: andare a sciacquare la bottiglietta in bagno, riempirla nuovamente, bere. Non è stata la cosa più determinante, ma la gestualità mi ha aiutato;
  • respirare: questa è stata una gradita sorpresa. Mi sono ricordata di fare alcuni respiri profondi. Stare concentrata sul respiro mi ha riportata alla realtà e  mi ha regalato la sensazione di potere essere del tutto padrona di me stessa e della situazione;
  • scrivere sul forum: sono iscritta già da un po' a un forum in cui si incontrano persone che smettono di fumare. Mi ero ripromessa di scrivere lì quando mi fosse venuta l'urgenza di una sigaretta. L'ho fatto e sono rimasta connessa a leggere le risposte degli altri. Aiuta sentirsi compresi e appoggiati e poi è un modo per rimandare la decisione di fumare;
  • ritardare: al culmine della crisi mi sono detta, ok, se proprio devi fumarti questa sigaretta fallo tra dieci minuti. Quando sono passati i dieci minuti, era passata anche la crisi;
  • un po' di amor proprio: tutti i miei colleghi sanno che ho smesso di fumare, non avevo proprio voglia di andare da loro con gli occhi bassi a chiedere una sigaretta. Non me l'avrebbero negata, né mi avrebbero rimproverato, ma ugualmente ho provato una certa resistenza all'idea di cedere in pubblico;
  • rievocare l'odore. Avete presente quell'odore orribile e un po' rancido che ti resta appiccicato alle mani subito dopo avere fumato? Be' l'ho richiamato alla mente e mi sono chiesta se davvero volessi risentirlo addosso a me. 
Insomma alla fine nel giro di una ventina di minuti è passata. Mentirei se dicessi che ora non ho più voglia: ne ho ancora, eccome, ma è tornata sotto controllo. Un sottofondo latente che accompagna la mia giornata e che mi auguro scompaia prima o poi.

martedì 10 aprile 2012

Evitare le frustrazioni

Sono convinta che quando si smette di fumare bisogna tenersi alla larga dalle frustrazioni. Intendiamoci: so bene che la vita adulta comporta una serie di doveri e responsabilità dai quali non si può sfuggire, e che doveri e responsabilità talvolta comportano un carico di fustrazione. Pertanto non credo che si possa evitare del tutto di sentirsi stanchi, scontenti, frustrati, delusi. Penso però che si possa quanto meno provare a trattare se stessi con qualche attenzione in più, e che sia sbagliato cedere troppo presto il passo alla solita routine, o peggio ancora alzare il livello delle aspettative e pretendere sempre di più da se stessi.
Quando si è convalescenti la cosa migliore da fare è riposare e assecondare il proprio corpo e i propri bisogni, e smettere di fumare è un po’ come guarire da una lunga malattia.

Durante questo fine settimana festivo avevo programmato una mezza giornata alle terme. Mi piace stare a mollo nell’acqua tiepida. Mi piace che il tempo passi lentamente, senza nulla da fare che non siano dieci minuti di cyclette, o sfogliare le pagine di un buon libro.
Tutto questo avrebbe dovuto essere il mio premio per la prima settimana senza sigarette. Relax e benessere à gogo, tanto per ribadire che la scelta è quella giusta e che indietro non si torna. Poi però c’è stato un contrattempo, la gita è stata rimandata, e non sono stata abbastanza determinata da sostituirla con qualcosa d’altro. Ho rinunciato a gratificarmi: e in compenso cosa ho fatto? Le pulizie di casa.
Morale: alla fine della giornata ero stanca, nervosa, seccata con me stessa perché più mi davo da fare a pulire e sistemare più mi rendevo conto che non sarebbe bastata una settimana a fare tutto (si chiamano manie di perfezionismo e purtroppo ne soffro con una certa frequenza).

La mia voglia di fumare è schizzata alle stelle e più volte mi sono trovata ad ascoltare pensieri negativi che mi spingevano a lasciar perdere. Tipo diavoletto appollaiato sulla spalla che sussurra “fumatela, fumatela, dai cosa vuoi che sia”.
Il diavoletto mi sta facendo compagnia anche oggi, e mi sta così tanto attaccato alla spalla che mi è venuta voglia di guardarlo ben bene in faccia.

Questa voglia di fumare esattamente è voglia di cosa? Fumare comporta aspirare a fondo del fumo caldo e puzzolente, denso di sostanze nocive. Insomma significa soffocarsi un po’. E quindi direi senza ombra di dubbio che no, non è vero che ho voglia di fumare, visto che non ho alcuna voglia di soffocarmi. Allora cos’è che voglio? Nicotina? Forse, ma se volessi solo nicotina perché non andare in farmacia a prendere le gomme?
Quello che veramente voglio e di cui sento la mancanza è quella sensazione di immediato piacere e gratificazione che ogni fumatore prova quando si fa la sua brava sigarettina. Una sensazione che ha basi fisiologiche e basi psicologiche; che ha a che vedere con la sollecitazione di alcune aree del cervello (quelle della gratificazione e del piacere), e con l’abitudine – acquisita in anni e anni – ad associare il gesto del fumare al piacere, al benessere, alla gratificazione.

Decomposta in questo modo la mia voglia di fumare assume un aspetto un po’ diverso. Non ho voglia di una sigaretta perché non ho voglia di soffocarmi né di avvelenarmi (ritengo di non averla mai avuta, anche se ho fumato per anni). Mi manca però il resto. Ma qualcosa posso fare in merito: rieducare il mio senso del piacere e della gratificazione, offrendomi nuovi e diversi stimoli. Bisogna sostituire la vecchia abitudine con altre che siano nuove, salutari, e capaci di generare piacere e benessere (autentico stavolta).

Non credo si possa smettere di fumare per sottrazione, ovvero togliendo le sigarette dalla propria vita e lasciando inalterato il resto. O meglio forse qualcuno lo sa fare così, io di certo no. Quindi farò bene a darmi da fare con la programmazione di nuove e piacevoli abitudini, prima che la frustrazione e il diavoletto abbiano la meglio.